La performance musicale è un’arte esigente. Che si tratti di uno studente, di un amatore appassionato o di un musicista professionista, le sfide sono spesso le stesse: ansia da palcoscenico, stress, perdita di concentrazione, difficoltà a stabilizzare i risultati, la sensazione di non riuscire a “rendere” sul palco ciò che si padroneggia in prova.
La buona notizia ?
La performance è una competenza e, come ogni competenza, si può imparare.
Ma è necessario distinguere due cose: imparare una competenza e imparare a mostrarla. Sono due apprendimenti diversi, e comprenderlo cambia tutto.
Con le strategie giuste, ognuno può:
Ridurre lo stress e l'ansia,
aumentare la fiducia,
migliorare la qualità dello studio,
sviluppare una presenza più stabile,
esibirsi con libertà e musicalità.
Il lavoro si basa su una combinazione di psicologia della performance, preparazione mentale, mindfulness applicata alla musica e strategie di apprendimento fondate sulle ricerche attuali. Questo insieme costituisce un metodo completo pensato per sviluppare una performance più stabile, più consapevole e più libera.
Una delle più grandi fonti di frustrazione nei musicisti nasce da una confusione fondamentale:
Non ci esibiamo nello stesso modo in cui studiamo. Ed è proprio qui che nasce l’errore: molti musicisti cercano di suonare come lavorano in studio, e questo blocca immediatamente la performance.
si analizza, si corregge, si riflettet
si lavora lentamente
si utilizza il “cervello analitico”
bisogna dare fiducia al corpo
il pensiero deve diventare semplice e musicale
l’automatismo deve prendere il sopravvento
È essenziale comprendere questo: non ci esibiamo nello stesso modo in cui studiamo. Durante lo studio, l’analisi è normale e persino indispensabile: ascoltare, correggere, confrontare, aggiustare fa parte del processo di apprendimento.
Ma cercare di esibirsi in modalità analitica è uno degli errori più frequenti tra i musicisti. Nel momento in cui l’analisi prende il sopravvento mentre si suona, il cervello non sta più eseguendo: sta riflettendo. Questo crea quella che chiamiamo paralisi da analisi: tensioni, perdita di fluidità, gesti rigidi, errori che non esistevano in prova.
Perché accade questo?
Perché queste due modalità si basano su due sistemi cerebrali totalmente diversi:
Durante lo studio: lavora la corteccia prefrontale. Analizza, riflette, prende decisioni consapevoli. È perfetta per imparare, ma troppo lenta per gestire gesti rapidi e musicali.
Durante la performance: devono entrare in gioco il cervelletto e i circuiti motori automatici. Questo sistema permette velocità, coordinazione, precisione, respirazione libera e musicalità spontanea.
Finché rimaniamo in modalità automatica, questi circuiti funzionano perfettamente.
Ma non appena, mentre suoniamo, emerge un pensiero analitico (“È giusto?”, “Non sbagliare questo passaggio”, “Il suono non è perfetto”), la corteccia prefrontale si riattiva… e il cervelletto si disattiva.
La prefrontale cerca allora di controllare il gesto in tempo reale, cosa che è neurologicamente impossibile.
Risultato: perdita di fluidità, respirazione bloccata, rigidità muscolare, riduzione della velocità, imprecisioni, errori improvvisi.
Questa è la paralisi da analisi: il cervello entra in modalità “correzione” proprio quando avremmo bisogno della modalità “esecuzione”.
La chiave, quindi, non è eliminare l’analisi, ma collocarla nel posto giusto:
analizzare e correggere durante lo studio, poi liberare il gesto e lasciare che il sistema automatico guidi durante la performance.
Questa capacità di cambiare modalità — passare dall’apprendimento all’esecuzione — non è un talento.
È una competenza che si allena.
E quando è padroneggiata, tutto cambia: stabilità, libertà, precisione, fiducia e piacere di suonare.
È importante comprendere la differenza tra apprendimento implicito e apprendimento esplicito.
La maggior parte dei musicisti studia soprattutto in modo implicito: ripetono, correggono, ricominciano, finché “funziona”. Questo tipo di apprendimento a volte porta un risultato… ma senza che si sappia esattamente perché funzioni. Il rischio è che la performance rimanga fragile e difficile da riprodurre.
L’apprendimento esplicito, al contrario, consiste nel comprendere chiaramente ciò che si fa, perché lo si fa e come lo si fa. Questo permette di identificare i meccanismi, strutturare il gesto, correggere in modo efficace e soprattutto stabilizzare ciò che si è appreso. È questa presa di coscienza che trasforma davvero la qualità dello studio e rafforza la performance.
In altre parole: l’apprendimento implicito può dare risultati immediati, ma l’apprendimento esplicito dà risultati duraturi.
Saper passare dall’uno all’altro è una tappa essenziale per progredire e suonare con maggiore fiducia e costanza.
La pratica deliberata è un concetto nato dalle ricerche dello psicologo Anders Ericsson. Indica un modo di esercitarsi molto preciso: un obiettivo chiaro, un compito definito, un feedback immediato e un livello di difficoltà appena al di sopra delle proprie capacità attuali. Non significa “praticare di più”, ma praticare meglio, con intenzione e concentrazione totale.
La pratica deliberata è ciò che distingue davvero gli esperti dagli amatori. Come diceva Ericsson: se vuoi suonare come un grande campione, non guardare solo la partita, ma guarda come si allena.
In altre parole: “se vuoi giocare come Maradona, non osservare soltanto la partita, osserva come si allenava.”
Questa idea fondamentale mostra che il vero progresso non nasce dalla ripetizione automatica, ma da un allenamento strutturato, consapevole e intenzionale.
È la base di ogni progresso duraturo nella musica.
In una situazione reale — concerto, audizione, esame — spesso abbiamo una sola possibilità. Non c’è una “seconda volta”: dobbiamo essere in grado di suonare bene fin dalla prima nota. Per questo, il cervello deve essere allenato non solo a ripetere, ma soprattutto a recuperare rapidamente le informazioni di cui ha bisogno.
Questo è esattamente l’obiettivo della pratica di recupero.
Un esempio semplice: oggi lavori un passaggio e lo porti da 0 a 5 sulla tua scala personale di qualità. Il giorno dopo hai talvolta l’impressione di essere tornato a 2: come se qualcosa si fosse “perso” durante la notte. In realtà, è proprio in questo momento che il lavoro diventa più interessante.
Forzando il cervello a ritrovare ciò che avevi costruito (e non semplicemente a rileggerlo o riascoltarlo), rafforzi la memoria utile alla performance. La sensazione di aver “dimenticato” è normale: ogni atto di recupero è un allenamento. È come se il cervello imparasse a dire:
« So dov’è questa informazione, posso ritrovarla rapidamente quando mi serve ».
Possiamo allenare la nostra capacità di recuperare velocemente le informazioni necessarie per suonare bene fin dalla prima volta utilizzando la pratica casuale (random practice).
È proprio questo tipo di allenamento che prepara il cervello a rispondere immediatamente, così come deve fare in situazione di performance.
Un esempio concreto permette di comprendere la potenza della pratica casuale. Immaginiamo che tu abbia tre brani da studiare e soltanto 45 minuti a disposizione. Esistono due strategie possibili:
• 15 minuti sul brano A
• 15 minuti sul brano B
• 15 minuti sul brano C
Questo metodo funziona, naturalmente. Ma il giorno dopo si ha spesso l’impressione che una parte del lavoro si sia “persa”. Il cervello ha lavorato, ma la traccia non è ancora solida.
La pratica casuale propone un altro approccio:
• 5 minuti su A
• 5 minuti su B
• 5 minuti su C
• poi si ricomincia questo ciclo più volte
È più faticoso, più impegnativo, perché il cervello deve ogni volta ritrovare le informazioni, riattivare i gesti, riaggiustare l’ascolto.
Ma è esattamente questo che rafforza la memoria a lungo termine.
La pratica casuale allena esattamente questa competenza: costringe il cervello a recuperare rapidamente le informazioni, ancora e ancora.
In questo modo, il gesto diventa molto più stabile e affidabile, anche nelle condizioni della performance.
L’ansia da palcoscenico non è un difetto.
È una reazione fisiologica normale… ma se gestita male, diventa paralizzante.
Quando il corpo si attiva prima di una performance, anche la mente si attiva.
Diventiamo più vigili, più sensibili a ciò che accade intorno a noi e, a volte, più facilmente distratti.
Il corpo manifesta questa attivazione in modi molto concreti: mani che tremano, cuore che batte più forte, fiato corto, tensione muscolare, sudorazione, e una sensazione generale di agitazione.
Spesso interpretiamo questa attivazione come un segnale negativo. In realtà, è soltanto un segnale: il nostro sistema si sta preparando a qualcosa di importante. Comprendere questo fenomeno cambia tutto. Quando sappiamo che questa attivazione è normale e prevedibile, possiamo imparare a dirigerla invece di subirla.
Con il giusto allenamento, questa energia può diventare un vantaggio. Può rafforzare la presenza, la concentrazione e l’intensità musicale. Ciò che chiamiamo “ansia da palcoscenico” non è necessariamente un nemico: è una risorsa, se impariamo a usarla.
In altre parole: se comprendiamo ciò che accade nel corpo e nel cervello, questa energia può essere utilizzata a nostro vantaggio.
Può rafforzare la concentrazione, l’intensità musicale, la presenza scenica e la precisione.
L’attivazione non è un problema: è una risorsa — a condizione di imparare a gestirla.

Del resto, le più grandi performance non nascono nella sala prove o nella nostra stanza di studio.
Emergono quando il livello di attivazione è medio-alto, là dove corpo e mente sono svegli, coinvolti e pienamente disponibili.
È esattamente ciò che mostra il modello dell’ISOF: troppo poca attivazione produce una performance piatta, troppa attivazione la blocca, ma un livello ottimale la libera.
Imparare a riconoscere questa attivazione, a regolarla e a orientarla trasforma completamente il rapporto con l’ansia da palcoscenico.
Il corpo non è più un ostacolo, ma un alleato.
L’energia presente prima di suonare può essere utilizzata per nutrire la musicalità, la proiezione, la precisione e la presenza scenica.
Ciò che chiamiamo “panico” può diventare il nostro miglior alleato, se impariamo a comprenderlo e a dirigerlo.
Errori freguentirespirare troppo veloce
lottare contro le emozioni
giudicarsi mentre si suona
troppo pensiero alla tecnica
credere che bisogna restare calmi
Ciò che funziona davverorespirazione bassa e lenta
centraggio (metodo Don Greene)
intenzione musicale semplice e chara
routine 72h / 24h / 10 minuti
tecniche attentionali basate sulla mindfulness
focus esterno piuttosto che interno
Lavorando su questi aspetti, lo stress diventa energia e presenza.
La resilienza è una delle competenze più importanti per un musicista.
Non significa “non sbagliare mai”, ma saper rimanere presenti anche quando qualcosa non va, continuando a suonare con lucidità e naturalezza.
Anche i più grandi musicisti sbagliano: la differenza è che non si bloccano e non lasciano che quell’errore condizioni il resto della performance.
Non è l’errore a compromettere un’esecuzione, ma la reazione che abbiamo all’errore.
Quando succede, il corpo tende a irrigidirsi: le spalle salgono, il respiro si blocca, l’attenzione si frammenta e la mente accelera.
È un riflesso naturale. Ma se restiamo intrappolati in questa reazione, rischiamo di perdere il controllo della performance.
La resilienza consiste proprio nel non lasciare che l’errore prenda il comando.
Significa saper:
sciogliere rapidamente la tensione,
rilassare il respiro,
riportare l’attenzione sulla musica e non sull’errore,
restare flessibili,
continuare senza giudicarsi e senza permettere all’errore di influenzare ciò che viene dopo.
Quando comprendiamo come il nostro corpo reagisce all’errore — chiusura, tensione, fretta mentale — possiamo allenarci a rispondere in modo diverso: più calmo, più stabile, più aperto.
È una competenza che si sviluppa con la pratica, proprio come qualsiasi altra abilità musicale.
La resilienza trasforma la performance:
non è la perfezione che fa un grande interprete, ma la capacità di restare presenti e proseguire con naturalezza, anche quando qualcosa non va come previsto.
La resilienza non si improvvisa: si costruisce con strategie mentali ed emotive adatte alla realtà musicale.
La mindfulness applicata alla musica non è una tecnica di rilassamento, ma un modo di allenare la mente a essere pienamente presente durante lo studio e la performance. Per un musicista, ciò significa sviluppare un’attenzione stabile, una respirazione libera, un corpo rilassato e una consapevolezza fine delle sensazioni, senza giudizio né tensione inutile.
In un mondo in cui si ripete spesso in modalità automatica, la mindfulness permette di rallentare, di ascoltare davvero e di riconnettersi all’intenzione musicale. Aiuta a comprendere ciò che accade nel corpo e nella mente quando si studia o quando si suona davanti a un pubblico.
I benefici principali per i musicisti:
riduzione dello stress e del trac prima dei concerti,
migliore stabilità attentiva,
respirazione più fluida e naturale,
meno tensione nelle mani, nelle spalle e nella mandibola,
maggiore connessione con l’espressione musicale,
migliore recupero dopo un errore,
rafforzamento della resilienza mentale.
La mindfulness aiuta anche a ridurre il «rumore mentale», quel chiacchiericcio interiore che esaurisce la mente: pensieri ripetitivi, eccessiva anticipazione, autocritica, scenari immaginari. In molti musicisti, questo logorio mentale diventa più intenso con l’avvicinarsi di un concerto o di un’audizione. La mente accelera, i pensieri diventano più rapidi e spesso più negativi, creando tensione, fatica e perdita di concentrazione.
La mindfulness aiuta anche a riconoscere i segnali di attivazione del corpo — battiti più rapidi, pensieri veloci, sensibilità alle distrazioni — come qualcosa di naturale e non come una minaccia. Comprendendo queste reazioni, diventa più facile canalizzarle e utilizzare questa energia per sostenere la performance.
Un musicista che pratica la mindfulness impara a suonare con più chiarezza, meno tensione, più presenza. Sviluppa una fiducia che non dipende più dalle condizioni esterne, ma dalla sua capacità di rimanere centrato, calmo e attento in ogni istante.
La mindfulness non elimina l’attivazione o lo stress: ci insegna a danzare con essi.
Per i musicisti, essa permette di:

calmare il sistema nervoso prima di suonare

ridurre le pressione mentale

evitare il sovraccarico cognitivo

ritrovare piacere e fluidità e rimanere presenti anche sotto stress
Non è una teoria: è uno strumento concreto che i musicisti possono applicare ogni giorno.
Che cos’è il Flow?
Il flow è uno stato mentale e corporeo ottimale in cui si è completamente assorbiti da ciò che si sta facendo.
L’attenzione è pienamente concentrata, l’azione diventa fluida, la percezione del tempo cambia e l’attività è allo stesso tempo impegnativa e profondamente piacevole.
Non è magia: il flow appare quando la sfida è in equilibrio con il livello di competenza, quando gli obiettivi sono chiari e quando l’attenzione è rivolta al momento presente.
Nel flow, non ci si osserva più mentre si fa: si fa.
L’analisi in tempo reale si calma, l’autocritica passa in secondo piano e il gesto diventa sorprendentemente semplice, anche se il compito è difficile.
L’attività diventa una fonte di soddisfazione in sé, indipendentemente dal risultato o dal giudizio esterno.
Per un musicista, il flow è quel momento in cui la tecnica, l’ascolto e l’espressione si uniscono.
Non si è più occupati a “pensare come suonare”, ma a vivere pienamente la musica.
L’ansia diminuisce, la concentrazione si stabilizza, il suono si libera.
È lo stato in cui la musica scorre naturalmente, senza resistenza.
L’idea del “cervello che canta” aiuta a entrare in questo stato: invece di commentare o giudicare ciò che si fa, si mantiene un’immagine sonora chiara, come un canto interiore.
Quando il cervello canta, il corpo segue.
Il flow non è un privilegio riservato a pochi artisti: è un modo di funzionare che si può preparare, allenare e rendere più accessibile grazie alla pratica mentale.
Concetti come il “cervello che canta” (ispirato da Rex Martin) aiutano a:
uscire dall’iper-controllo
ritrovare la musicalità al cuore del gesto
mantenere un'immagine sonora chiara
suonare con libertà e pesenza
Preparare un’audizione non significa solo suonare bene.
Bisogna preparare:
72
sonno, visualizzazione, pianificazione, calma mentale
24
riduzione dello stress, respirazione, gestione dell’energia
10
– centraggio
– focus esterno
– intenzione musicale
– rroutine corporee
Analisi della pratica e dei blocchi
Tecniche di respirazione, focus e regolazione emotiva
Mindfulness adattata al musicista
Ottimizzazione dello studio
Lavoro sull’ansia da performance e sulla fiducia
preparazione concorsi e audizioni
Stabilizzazione della performance
studenti di conservatorio
musicisti semi-professionali
musicisti professionali
professori e docenti
persone che preparano concorsi, esami o audizioni d’orchestra
« Per me è stato stupendo incontrarti nel mio cammino e ospitarti in uno dei progetti più cari della mia vita, dedicato al benessere psicofisico degli studenti e dei musicisti.
È stato molto bello imparare dalla tua esperienza e dalla lezione che ci hai donato, e sentire quanto il nostro modo di percepire la musica e la performance sia simile.
Mi ha colpito il desiderio comune di esplorare anche il mondo invisibile delle emozioni e il modo in cui ci si sente emotivamente di fronte a uno stress psicofisico come quello della performance.
Con gratitudine e affetto, »
Gloria Campaner
Pianista concertista, fondatrice di C# See Sharp
« Ho avuto modo di seguire una affascinante e avvincente lezione di Stefano Cirrito sull'Arte della performance musicale, in particolare sono rimasta affascinata dai concetti riguardanti la pratica consapevole e la "pratica libera", ovvero come allenare il cervello a tirare fuori velocemente quanto appena acquisito. Non è stato un semplice seminario è stata la risposta a quanto stavo cercando da un punto di vista didattico, e con Stefano Cirrito la "predica è arrivata da un pulpito solido" ovvero da un docente appassionato capace di condividere per far crescere non solo i ragazzi, ma anche i colleghi. Perché diciamocelo, la didattica musicale dei conservatori in Italia va svecchiata, e anche qui l'Italia è indietro almeno di 40 anni rispetto ad altre felici esperienze internazionali. Ringrazio Stefano per l'ispirazione ricevuta, per la motivazione a crederci e non mollare, che far studiare uno strumento ad un buon livello si può, allenando i ragazzi a diventare persone consapevoli e felici (per carità non dimentichiamoci mai il FIl, la felicità interna lorda!!) e questo workbook di pratica consapevole è il primo concreto frutto di questa ispirazione.»
Paola Iommi,
Docente di Pianoforte dei corsi di Avviamento e dei Corsi Base del Conservatorio Vecchi - Tonelli di Modena
Professore di clarinetto presso l’AMAA dal 2023, Stefano Cirrito ha proposto, forte della sua esperienza nel campo della mindfulness e della psicologia della performance musicale, una serie di atelier dedicati a queste tematiche.
Questi atelier hanno riscosso un grande successo tra i partecipanti, che hanno sottolineato il contributo concreto di nuovi strumenti e approcci capaci di arricchire la loro pratica musicale, sia nel lavoro quotidiano sia nelle situazioni di concerto o audizione.
Stefano Cirrito ha inoltre tenuto diverse conferenze all’AMAA sull’Arte della Performance. L’interesse e l’entusiasmo suscitati nel pubblico ci hanno naturalmente portato a integrare questa tematica nella nostra programmazione annuale.
Marina Lodygensky
Direttrice AMAA Musique Genève
Suono l’arpa fin da quando ero bambina, ma avevo rinunciato all’idea di fare della musica la mia professione a causa di una fortissima paura del palcoscenico. Oggi, invece, realizzo concerti e viaggi sonori, e tutto si svolge con serenità e naturalezza.
Ho potuto constatare concretamente i risultati del lavoro svolto con Stefano, non solo nella gestione dello stress prima e durante le esibizioni, ma anche grazie al suo metodo di studio, che aiuta a costruire una preparazione solida, rassicurante e affidabile.
Sul palco mi sento più serena che mai e, soprattutto, provo il piacere profondo di entrare veramente nella musica, con il desiderio di trasmettere il benessere, la serenità e la bellezza che i brani mi ispirano.
Posso dire che, grazie a questo percorso, riesco a entrare nello stato di flow quando suono in pubblico. Per me è qualcosa di straordinario, talmente straordinario che ancora oggi faccio fatica a crederci.
Recentemente, un’amica che ha assistito a un mio concerto mi ha detto spontaneamente che non mi aveva mai vista così realizzata e felice mentre suonavo l’arpa.
Il percorso con Stefano mi ha aiutata a sentirmi davvero una musicista, e questo ha un valore immenso per me. Tanto che, per la prima volta nella mia vita, sono io a cercare attivamente occasioni per esibirmi.
Lola Illamel
Docente di arpa presso la Scuola di Musica Châtillon-Saint-Sigismond.
Ho avuto la fortuna di seguire questo atelier sulla gestione dello stress e sull’arte della performance e non posso che raccomandarlo. Al di là della sua competenza e della qualità dei contenuti proposti, Stefano è un professionista che si distingue per la sua serietà, la sua precisione e soprattutto per il suo autentico impegno umano. Ogni partecipante viene accompagnato con attenzione e benevolenza. Si percepisce una reale volontà di comprendere i bisogni di ciascuno, di seguirne l’evoluzione individuale e di fornire consigli concreti per progredire in modo duraturo. Gli scambi sono ricchi, motivanti e sempre orientati verso risultati applicabili nella vita quotidiana.
Questo atelier permette non solo di gestire meglio la pressione e lo stress, ma anche di sviluppare una vera e propria competenza nella performance, grazie a strumenti efficaci e a un approccio strutturato. Se ne esce più sicuri di sé, più sereni e meglio preparati ad affrontare le proprie sfide.
Un accompagnamento di grande qualità, offerto da un professionista appassionato e profondamente coinvolto nel successo dei suoi partecipanti.
Clotilde Moeglin
Psicologa, psicoterapeuta, musicoterapeuta e cantante.
Voglia di migliorare la vostra stabilità, la vostra concentrazione o la gestione dell’ansia da palcoscenico?
Propongo una sessione introduttiva gratuita di 20 minuti per comprendere le vostre esigenze e definire un primo piano d’azione.
Per gli allievi che vivono lontano o fuori dalla Svizzera, organizzo percorsi completi interamente online, con la stessa qualità e attenzione del lavoro in presenza.
Chiama : 076 764 22 81
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